Ermal Meta Tour 2018 – Sold Out a Cervere

 

ERMAL META ha debuttato al primo posto della classifica di vendita con il suo nuovo album “NON ABBIAMO ARMI”, suo terzo album da solista, giudicato da stampa e pubblico “il più bello”, composto da dodici canzoni fatte di sincerità e amore che scorrono attraverso ritmi incalzanti e momenti di grande intimità, vestiti con suoni e melodie uniche.

Il singolo “Non mi avete fatto niente” vincitore del Festival di Sanremo 2018 insieme a Fabrizio Moro é disco di Platino, mentre l’album “Non abbiamo armi” ha conquistato il disco d’oro.

Sul palco presenterà i dodici brani del nuovo album oltre al repertorio nel quale spiccano brani ormai entrati di diritto tra i classici della nuova musica d’autore italiana.

“Non abbiamo armi” è un disco scritto alla vecchia maniera perché Ermal Meta è uno che scrive, alla vecchia maniera. Tre album in tre anni, in epoca di teaser, di campagne social e di gente che ci mette anni per fare dischi “uscendo dalla propria comfort zone”, è roba da metà anni Sessanta. Ma non per lui. Meta è il genere di cantautore che scrive di continuo. Nel suo cellulare – ce l’ha fatto vedere lui, pochi giorni prima di partire per Sanremo – ci sono diversi gigabyte di appunti in attesa di diventare canzoni. Alcuni, tra l’altro, ci ha detto che lo sono già diventate, e se è vero quello che ci ha detto – e non abbiamo ragione di dubitarne – “Non abbiamo armi” ha già un seguito quasi pronto. Ma questa è un’altra storia.

La prolificità è una delle cifre principali dello stile di Meta, che si riflette inevitabilmente sui suoi lavori: l’ex leader dei La Fame di Camilla – chi lo conosce lo sa – lavora per immagini, che poi diventano canzoni che vengono affisse su una bacheca che per comodità chiameremo disco. L’ordine, inteso nel senso più istituzionale del termine, non è una delle sue preoccupazioni principali, ma un filo rosso che lega le dodici fotografie di “Non abbiamo armi” c’è, e lo si coglie meglio partendo dalla fine: “Mi salvi chi può” è una suite da oltre cinque minuti che parte con un pianoforte affogato nel riverbero e una 808 a scandire il tempo e finisce in un tripudio di chitarre elettriche e batteria che idealmente chiude il discorso iniziato con “Non mi avete fatto niente”. Nel mezzo, c’è tutto il gusto di Meta nello spiazzare, con le sue fotografie: “Caro Antonello”, lettera semiseria – ma nemmeno troppo semi – indirizzata al collega romano “che con le sue canzoni d’amore ci ha preso per il culo tutti”, inchioda su un arpeggio di tre accordi quasi cinque minuti di brano, mentre in “Amore alcolico” il tema – frequentatissimo – della relazione in crisi viene messo su binari solidamente rock e troncato – letteralmente – da un finale strumentale da anti-manuale.

A proposito d’amore: “Io mi innamoro ancora” – pezzo in odore di tormentone estivo scritto con Matteo Buzzanca e Domenico Calabrò – ha il pregio di far passare per riferimenti calcistici (l’ex capitano giallorosso Totti e quella squadra alla quale si vuole “bene anche se non vince mai”) il sentimento più cantato della storia, e di fare da contraltare positivo e dissacrante alla più intimista e dolente “9 primavere”, piazzata – nella tracklist – solo due posizioni prima, ad anticipare la title track, scritta insieme a Angelica Schiatti dei Santa Margaret e ideale preludio all’episodio più cupo del disco.

Le due o tre ingenuità nelle quali si inciampa scorrendo le dodici tracce di “Non abbiamo armi” – il ritornello di “Dall’alba a tramonto”, per dirne una – le si perdonano, a Meta, in virtù della sua voglia di raccontare, e soprattutto di raccontarsi, riuscendo a domare il suo ego – cosa che certi cantautori imparano tardi, altri, i meno bravi, non imparano mai – e di lavorare più sulla prospettiva, delle immagini/canzoni che scatta, più che sugli effetti speciali. Non è una cosa affatto scontata, a pensarci bene: il non ricorrere a trucchi implica almeno il doppio della fatica, oltre che una buona dose di coraggio nell’esporsi senza filtri al pubblico.

Meta non ha mai avuto paura né di fare fatica né di arrivare disarmato all’appuntamento con la platea, sia quella che lo spedisce ai piani alti delle chart delle piattaforme streaming sia quella (“fisica” e televisiva) del teatro Ariston, e alla fine il suo coraggio ha pagato. Perché, in fondo, i conti tornano sempre.

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